mark@bernardini.comVladimir Ščerbakov

Il ritorno di Sucharev

A guardarlo, sembrava dormisse beatamente, semicoricato in poltrona, tanto era sereno il suo volto, regolare il respiro e naturale la posizione. Ma dopo un paio di minuti risuonò il segnale d'allarme. L'uomo si risvegliò lentamente, si allungò verso lo schermo e fissò con palese sforzo i puntini che vi apparivano e sparivano: l'astronave stava attraversando una nube di meteoriti. I suoi occhi arrossati, irritati, rivelavano meglio di qualsiasi parola quanto fosse stata fallace la prima impressione. Poi si accasciò pesantemente in poltrona e fece in tempo a rientrare nel suo dormiveglia da incubo prima che risuonasse nuovamente l'impietoso segnale.

Erano tre o quattro giorni, non rammentava con precisione, che quasi non chiudeva occhio, dato che il segnale suonava in continuazione. Ma sì, probabilmente era da cinque giorni che il pilota automatico si era rotto. Se solo fosse riuscito a resistere fino alla fine… a sostituire gli elementi danneggiati. O forse era meglio farsi prima un sonno?…

Non poté determinare neanche approssimativamente quanto altro tempo fosse passato, quando l'impulso elettrico lo risvegliò per l'ultima volta. Senza aprire gli occhi, alzò con fatica il braccio e strappò svogliatamente il filo dell'allarme.

Nelle fantasticherie del suo sonno entrarono solo per un istante la nave, un guscio d'uovo indifeso nell'oceano del tempo e dello spazio, ed il puntino vertiginoso del meteorite che gli aveva attraversato la strada nel suo volo mortale.

Accordo in maggiore

C'era una strana sensazione che non abbandonava Sucharev: i quadrati verdi dei campi, i fiumi e gli edifici, bianchi come la neve del cosmodromo, spuntavano d'improvviso dalle nuvole, e vedeva tutto questo come dipinto sulla tela da un maestro che gli abbia dato vita. Non credeva che tutto sarebbe finito propria ora, in quell'istante.

L'ammortizzatore ricevette un colpo, ed egli sentì una leggera nausea in gola.

Un'automobile si avvicinò alla scaletta. Vol'd vide una donna. Capelli castani ondulati, volto aperto, felice, gambe slanciate: era Anna. L'aria azzurra primaverile era piena di suoni: si udivano in lontananza i clacson delle macchine, voci umane, il canto degli uccelli; da qualche parte qualcosa ronzava e rombava metallicamente. In dieci anni si era disabituato a tutto ciò.

Lei gli corse incontro. Lui era rimasto fermo, un po' vacillante, sul primo gradino della scaletta: il venticello primaverile e l'odore dell'erba gli avevano dato alla testa come se fosse stato un po' brillo.

I tacchetti di lei risuonarono svelti sulla scaletta. “Caro… Vol'd…” – pronunciò a fatica. Solo allora lui si accorse che i suoi occhi erano pieni di lacrime. Voleva dirle qualcosa, ma continuo a guardare, a guardare…

E c'era anche un'altra cosa che avrebbe voluto dirle… Le sue labbra si torsero in una smorfia e, come un bimbo, cacciò la testa nell'impermeabile di lei, un po' più giù del collo.

La strana ipotesi del professor Nevadago

Il professor Nevadago lo salutò senza sentimento, lo fece entrare nello studio ed affrontò la questione senza parole superflue.

– Sono importanti i particolari. Di fatto abbiamo già un'ipotesi su cui lavorare, per quanto possa sembrarle assurda. Ma i dettagli sono sempre convincenti, specialmente in questo caso… Sì… Lei ha detto che al momento del risveglio è corso allo schermo, che era vuoto. Beh, è possibile che questo sia stato reale… realistico… Possibile che non vi sia stato nulla che lei abbia reputato degno di nota, eccetto questa piastrina? Allora? – Nevadago prese a fissare con aria di attesa il suo interlocutore.

– No, nulla. Intendo, ovviamente, nulla di notevole, glielo avrei detto prima. Oltre ad una sensazione di leggera debolezza e ai giramenti di testa, di cui le ho già parlato. No, era tutto come sempre. Mi sono svegliato ed ho proseguito il volo. Poi ho trovato in tasca questo, – Vol'd toccò la piastrina sul tavolo, – e mi ha interessato al punto da informarvene…

– Va bene, – Nevadago si accostò al tavolo, nascose la piastrina e guardo con attenzione Vol'd da dietro gli occhiali. – Bene. Adesso mi ascolti con attenzione, tanto deve comunque venirne a conoscenza. La nave è stata perforata dalle meteoriti in vari punti. – Il professore fece una pausa, accentuando involontariamente l'ultima frase. I suoi occhi studiavano attentamente l'interlocutore, mentre la mano si protendeva verso il portasigarette. – La nave è stata crivellata, ed è tornata nuova di zecca. Come spiega questo piccolo paradosso? Tra poco mi crederà, Vol'd. Abbiamo trovato i segni delle riparazioni. E' stato molto difficile, quasi impossibile… Quelli che ci hanno lavorato sono stati dei cesellatori: nove squarci, pensi… No, tranquillo, Vol'd, mi ascolti, le spiego tutto con ordine. Tanto, deve saperlo comunque. Naturalmente, otto dei nove squarci sono stati la diretta conseguenza del primo. Il primo meteorite ha messo fuori uso una serie di apparecchiature, e poi è cominciato… un colpo dopo l'altro. Immagino lo spettacolo… Ma lei, Vol'd, a quel punto, in base alla mia ipotesi, non esisteva più. Era morto.

Nevadago avvicinò premurosamente all'interlocutore il portasigarette, prevenendo con uno sguardo freddo ed intelligente le inutili domande dell'altro.

– Lei non esisteva più, – ripeté pensoso. – Certo, ammetto che sia solo una mia ipotesi, ma non poteva essere altrimenti. Assolutamente, Vol'd, – ripeté con tranquillità. – Dopo, quando il pilota si è risvegliato e l'astronave, tutta bella e sana, ha ripreso il suo percorso, si è trattato già di un altro pilota. E di un'altra nave. L'astronave era stata riparata, come le ho già detto, ed il pilota… Calmo, Vol'd, non sono vaneggiamenti, deve saperlo… il pilota era stato sostituito con una copia identica. Lei non è Vol'd, e colui che fa più fatica a crederlo è proprio lei. Ma allo stesso tempo lei è quel Vol'd che in quella nube maledetta voleva tanto dormire, e questo facciamo fatica noi a crederlo…

Terminato di parlare, Nevadago prese una sigaretta, ed a Vol'd parve di vedere qualcosa di nuovo nella sua espressione, che prima non aveva notato. Egli reputava un malinteso tutto quello che il professore gli aveva detto sino ad allora, anche se era lontano dal pensare che uno dei due potesse aver perso il senno.
– Queste sono le copie dei protocolli di analisi della nave dopo il suo ritorno, – Nevadago fece cigolare il cassetto di una scrivania fuori moda e gli porse alcuni fogli dattiloscritti. – Non abbia fretta, se li studi con attenzione, in particolare le conclusioni. Non la disturberò.

Il professore andò verso la libreria. Vol'd prese a sfogliare i protocolli. L'analisi chimica, l'analisi strutturale, tutto in regola. Snervamento del metallo… diagrammi… il contorno dell'astronave e le macchie su di essa… Vol'd contò nove macchie, tutte zone di composizione identica, ma con piccole differenze nei parametri fisici. Sì, erano delle otturazioni, roba da matti. Poi guardò i pannelli delle apparecchiature e di nuovo nei diagrammi vide le macchie, i segni delle riparazioni.

– Senta, – Vol'd chiamò debolmente il professore, che faceva finta di cercare un libro nella libreria, – è riuscito a sapere cosa sia quell'oggetto che mi sono trovato in tasca? Perché, se ho capito bene, e cominciato tutto con la piastrina, vero?

– Non sia ingenuo, Vol'd. Non sappiamo assolutamente di cosa si tratti. Vol'd, l'ho chiamata qui proprio per questo, anche se ammetto che senza di me non si sarebbe certo annoiato. Vede, è molto difficile comprendere la destinazione di quest'oggetto. Certo, era evidente sin dall'inizio che la cosa più probabile era che le fosse rimasta in tasca casualmente: non potevano mica avergliela lasciata di proposito. Sarebbe in contrasto con tutto il resto. Non legherebbe con il loro compito fondamentale. Nove squarci ed il pilota… Gli autori hanno voluto rimanere sconosciuti. Hanno fatto di tutto per celare l'accaduto. Ed hanno quasi raggiunto l'obiettivo. La piastrina è stata dimenticata nella sua tasca. Ma per noi, Vol'd, ciò è stato sufficiente.

Conosciamo benissimo i nostri limiti. Sappiamo di cosa sono capaci le nostre mani ed i nostri cervelli, abbiamo costruito l'edificio armonioso della scienza, abbiamo generato nel dolore macchine ed automi perfetti. Ma mai mano umana ha potuto tenere un oggettino simile. Nessuna mano. Mai. Perché vede, Vol'd, siamo riusciti ad analizzare solo un piccolissimo settore della superficie esterna della piastrina, micron per micron. I suoi atomi sono allineati come mattoni. Gli atomi più differenti. Non posso esemplificare con alcuna analogia adatta, Vol'd. E' una costruzione architettonica elaborata, composta di elementi uniti in base alla legge di un qualche codice complesso. Un bizzarro mosaico di molecole ed atomi. Mi scusi, mi sono infervorato, avrei dovuto tacere, tanto per ora è impossibile descriverlo con parole. Abbiamo trovato una traccia, Vol'd, e lei deve aiutarci, visto che ha avuto tanta fortuna.

– E incredibile, professore… Lei disporrà pure di fatti… di prove… O in questo caso non sono necessari?

– Nessuna. Nulla, oltre quello che le ho già detto, – si corresse il professore, dopo una pausa di riflessione. Tacque e giro a lungo tra le dita la sigaretta spenta.

– Che nube era, Vol'd? – chiese di punto in bianco il professore. – Voglio dire, cos'erano quelle meteoriti? La configurazione, il peso, anche se molto approssimativamente?

– Non saprei. Ma è cosi importante, professore?

– Chi lo sa… – borbottò piano Nevadago. – Semplicemente non possiamo metterci al loro posto, mentre loro… beh, inutile fantasticare.

… Il buio creava l'illusione della solitudine. La sera era così silenziosa e le stelle luminose splendevano così pacatamente che se Vol'd si fosse concentrato non avrebbe sentito altro che il rumore dei propri passi.

Continuava mentalmente la discussione. Ad un tratto, si convinse improvvisamente che nel ragionamento del professore c'era una lacuna. Ma quale? La sgradevole voce metallica del professore continuava a disputare con lui, cercava di convincerlo, di tranquillizzarlo… Certo, aveva ragione lui. Ci volevano fatti. Una logica. Conclusioni inconfutabili. Allora, era andata proprio così? La lacuna non si trovava. Ma da dove gli veniva allora quell'inspiegabile convinzione che ci fosse?… Da dove?

“Sono Vol'd. Ricordo perfettamente tutto quello che è successo, – tentò per l'ennesima volta di confutare mentalmente le ipotesi del professore. – Mi sono addormentato e poi mi sono svegliato. Era tutto a posto. Mi sentivo benissimo. Mi ricordo tutto perché sono Vol'd Sucharev, e nessun altro. Sono io che a scuola marinai la lezione di biologia per andare al cinema con Kol'ka Utrilov. E mi regalarono per il compleanno l'orologio con la bussola, ed io lo mostravo alle ragazzine. Una mi chiese di provarselo e lo ruppe, mentre la bussola rimase intatta. Lei quella volta si spaventò terribilmente. Mi fece pena. "Basta piangere, – le dissi, – tanto l'orologio non mi piaceva, e un bene che tu lo abbia rotto". In seguito diventammo amici…”.

Un epilogo realistico

Camminavano lungo un viale che sembrava un corridoio: a destra e a sinistra vi erano dei cespugli curati, un po' più in là file di alberi con delle stelle luccicanti che erano rimaste impigliate nelle loro chiome. Gli occhi vivaci del professore che lo guardavano fissi da dietro i grossi occhiali marrone emersero nuovamente nella sua memoria. Il “Metallo snervato” faceva parte del protocollo. Diagrammi, tabelle, fotografie… La sua nave: i due occhi neri degli oblò, le curve dell'astronave che riflettevano irregolarmente la luce con i resti dello strato protettivo, su un lato c'era la macchina bassa del servizio tecnico, la scaletta era appoggiata all'uscita di sicurezza, le cabine foderate... Era difficile credere che una costruzione cosi ridicola avesse potuto volare fino a poco tempo prima… Strinse più forte il braccio di Anna. Sembrava che il sogno continuasse. Prima di farla finita con tutta quella storia, disse:

– Anna, sembra proprio che la parola “ipotesi” vada sostituita con la parola “realtà”. Credo che Nevadago…

– Non dirlo, – lo interruppe lei dolcemente, – non posso più udire quel cognome terribile. E' tutto a posto, credimi.

– Bada, Anna, che sembra sia vero.

Lei si fermò d'improvviso, si voltò verso di lui e gli sfiorò il volto con la mano.

– Stupido, stupido, – prese a ripetere velocemente, – i tuoi ragionamenti sono privi di logica. Pensi forse che ci crederei, anche se fosse vero? Dimmelo, pensi davvero che potrei crederci?

[Da "Fantastika 1964". Moskva, pp. 277-283. Traduzione di Mark Bernardini in "Rassegna Sovietica" N°6 1987]

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